
Don Chisciotte **½ (Italia 1950, col., 28 p.) Benito Jacovitti (S e D), Il Vittorioso #14-41 (2/4-8/10/1950). Nel castello di un paesino sperduto e arretrato vive un discendente del celebre don Chisciotte, che manco a dirlo vuol replicare le gesta dell’avo perché nell’isolamento fisico non ha fatto che divorare libri di cavalleria. Esce quindi con l’appoggio del suo servitore Sancio Pancio (sic!) e dopo la campagna si immetteranno nella metropoli, trovandosi a lottare contro i “mulini a vento” di un capitalista senza scrupoli, il vampiro moderno commendator Pappamondo. «Dulcinea» è, invece, una donna gentile e onesta, Nicoletta Benfà, che cura una casetta degli orfani a rischio di esser spazzata via da Pappamondo. Don Chisciotte sarà il difensore della donna povera di mezzi e ricca di spirito, ma questa gli insegna a combattere l’avversario non con le armi ma a suon di propaganda e libere elezioni. Dopo un inizio che sembra anticipare la premessa di Pippo e il doppio Cavaliere Nero (1968), perché il fantasma del don Chisciotte antico esce da un dipinto per trasferirsi nel corpo dell’attuale parente, ed equivoci che prospettano la convenzione (ma il treno trasfigurato in una belva selvatica fa un’ottima figura), Jacovitti si immette nella modernità: il nuovo don Chisciotte si carica sulle spalle la riscrittura totale dell’opera, sovrastandola, mentre la cavalleria diventa una manifestazione della letteratura stessa, ritratta come volentieri incapace di capire e istruire il reale e in via indulgente relegata alla dimensione giocosa dell’infanzia: i bambini, con dispetto della corretta e ordinata Nicoletta, imparano da don Chisciotte a sfidarsi con spade-giocattolo. Si provi a confrontarlo con l’influenza dell’«eroe» combattente Paperino sulla fascia minorile del pianeta Pacificus in Paperino e il matrimonio di Reginella (1987) di Rodolfo Cimino e Giorgio Cavazzano. La metropoli, entro cui sorge fortemente estranea la casupola con giardinetto abitata dai “nostri”, si annuncia come una cianografica blu rivista come Art Déco, ma subito dopo Jacovitti ricorre per i palazzi alle scacchiere multicolori del neoplasticismo di Piet Mondrian. L’eventuale fascinazione per l’ambientazione si associa a un’interpretazione predatoria del capitalismo novecentesco, dalle soluzioni estetiche e narrative non distanti da Cesare Zavattini e in accordo con lo spirito cattolico del Vittorioso, periodico al contempo decisamente contrario alle istanze ribellistiche e rivoluzionarie: anche i partiti di sinistra, in linea con le coeve cartoline anticomuniste di Jacovitti stesso, sono esecrabili e subdoli, contrari all’ascesa fuori dagli schemi di don Chisciotte (e, in basco, compare anche Pietro Nenni). Segno di attenzione non comune la divisione delle masse in categorie: i lavoratori coi loro guai quotidiani, privi del tempo di interessarsi delle beghe politiche e politologiche; chi non ha bisogno di lavorare e si diverte soltanto; i miserabili su cui le promesse di Pappamondo potrebbero far presa. Alla fine, seguendo la Seconda parte del Don Chisciotte cervantino, un ruolo politico sarà assegnato a Sancio (mentre don Chisciotte si toglie volontariamente di scena per trovare la sua vera vocazione), con una sorpresa rispetto al romanzo. Peccato che Jacovitti macchi l’opera con le sue ricorrenti indecisioni: la partecipazione del malvivente Zagar allo schema criminoso era evitabile (al posto suo poteva esserci un altro braccio destro a muovere – un bell’ingrediente – i fili del violento don Chisciotte-marionetta che di notte diffama quello reale: avere una personalità ingombrante porta a perderne presto i diritti), il poliziotto Cip e l’assistente Gallina fanno capolino (per confermare che tutto sul Vittorioso appartiene alla stessa linea narrativa) ma non contribuiranno mai alla vicenda. Alcune cronologie la fanno partire dal #15 del Vittorioso, così da ridurla a 27 tavole: si espunge quindi la scena di massa in tavola di apertura affacciata sul Medioevo, dove i protagonisti della storia non sono ancora stati presentati (eppure titolo e testatina dell’avventura sono già in questa pagina). Il Don Chisciotte jacovittiano era entusiasticamente apprezzato dallo studioso Luca Boschi. A fumetti, di Cervantes ci sarà presto una parodia disneyana con Paperino (Don Chisciotte, 1956, di Guido Martina e Pier Lorenzo De Vita) e più avanti una di Lino Landolfi.








