Don Chisciotte **½ (Italia 1950, col., 28 p.) Benito Jacovitti (S e D), Il Vittorioso #14-41 (2/4-8/10/1950). Nel castello di un paesino sperduto e arretratissimo vive un discendente del celebre don Chisciotte, che manco a dirlo vuol replicare le gesta dell’avo perché nell’isolamento fisico non ha fatto che divorare libri di cavalleria. Esce quindi con l’appoggio del suo servitore Sancio Pancio (sic!) e dopo la campagna si immetteranno nella metropoli, trovandosi a lottare contro i “mulini a vento” di un capitalista senza scrupoli, il vampiro moderno commendator Pappamondo. “Dulcinea” è, invece, una donna gentile e onesta che cura una casetta degli orfani che rischia di essere spazzata via da Pappamondo. Don Chisciotte sarà il difensore della donna povera di mezzi e ricca di spirito, ma questa gli insegna a combattere l’avversario non con le armi ma a suon di propaganda e libere elezioni. Dopo un inizio che sembra anticipare la premessa di Pippo e il doppio Cavaliere Nero (1968) perché il fantasma del don Chisciotte antico esce da un dipinto per trasferirsi nel corpo dell’attuale parente, e degli equivoci che sembrano prospettare la convenzione (per quanto il treno trasfigurato in una belva selvatica faccia la sua ottima figura), [Alcune cronologie la fanno partire dal #15 del Vittorioso, così da ridurla a 27 tavole: si espunge quindi la scena di massa in tavola di apertura affacciata sul Medioevo, dove i protagonisti della storia non sono ancora stati presentati (eppure titolo e testatina dell’avventura sono già in questa pagina)].
Pippo e il jiu-jitsu ** (1949)

Pippo e il jiu-jitsu ** (Italia 1949 [1948-1949], col., 15 p.) Benito Jacovitti (S e D), Gli Albi del Vittorioso – serie di Pippo #18 [Pippo e lo jiu-jitsu] (30/10/1949). I 3P fanno la conoscenza di un giovane giapponese, Kocco-Dè, cui sono state appena rubate le cravatte che eran base commerciale alla sua volontà di tornare – un giorno – al proprio Paese. Per scongiurare i suoi propositi suicidari, i 3P lo convincono a fondare una scuola alla buona per l’insegnamento della lotta giapponese. Per guadagnarne la licenza uno di loro si disporrà ad affrontare Ursus, corpulento lottatore che sfida il pubblico sulla piazza dietro compenso. Vicenda interculturale priva di guizzi ma anche di zuccherosità, grazie a uno spirito beffardo e sarcastico. Bonaria ma efficace scorrettezza politica nel finale, dove per vendere la merce i 3P possono ora sfruttare i rudimenti di lotta per persuadere i compratori. Il titolo nella copertina dell’albo è Pippo e lo jiu-jitsu. Firmata «Jac 48» e « Jac 49».
W Pippo! ** (1949)

W Pippo! ** (Italia 1949, col., 17 p.) Benito Jacovitti (S e D), Il Vittorioso #36-52 (4/9-25/12/1949). Un cavallo rubato letteralmente di sotto le terga a Tex Revolver (sceriffo della texana Bronco Bill) lo porta – insieme a Pippo, Pertica e Palla – oltre il confine col Messico, dove saranno tutti coinvolti nella rivoluzione del pingue generale Pancio Brilla contro il governatore Cicocico. Stavolta, più che i 3P, ad appianare il dissidio sarà il nascente idillio fra il pavido suonatore di chitarra Carmelo (figlio del governatore) e Lolita, figlia di Pancio. Nel mentre, un misterioso traditore dall’aspetto avvolto in un indumento spinge Tex Revolver a fuggir dalla prigione per portare i soldati del governo fino al villaggio dove Pancio Brilla è ben protetto. Che farà l’ex-fuorilegge da pochissimo tempo ristrutturatosi come sceriffo? Chiamerà i soldati? Aiuterà i suoi giovani amici rimasti indietro? Apparato messicano di prammatica nella narrativa comica, per un esito che lascia sinceramente desiderar di meglio. Anche perché Jacovitti semplifica le linee dello scontro evidenziando la sua attitudine anti-rivoluzionaria, in un modo che lascia perplessi: qui sono i ribelli a necessitare di una lezione sui dispositivi democratici (come le libere elezioni). Il finale, poi, è all’insegna di quello che Paolo Mereghetti definirebbe forse ancora «volontarismo ecumenico»: si confrontino struttura ed epilogo con quelli di Benvenuto reverendo! (1950) di Aldo Fabrizi, concentrato sull’attrito fra contadini e latifondisti nel Lazio. Ma salva il fumetto la caratterizzazione di certi personaggi, che garantisce vivacità e scongiura la monotonia, qualità cui Jacovitti sta sempre più abituando i lettori (Carmelo, per esempio, non è un eroe o un bellimbusto). Soffre però, per lo spazio ridotto di cui può giovarsi, l’interessante antieroe Tex Revolver, che aveva da poco esordito in Pippo nel Texas. Riuscita, e ad un certo grado inquietante, è la fucilazione iniziale dei governativi (da parte dei rivoluzionari) i quali si mettono in posa come per una foto di gruppo. Firmata «Jac 49». Le copertine degli albi che la ristampano potano il titolo Viva Pippo!
Fonti:
Paolo Mereghetti, Il Mereghetti. Dizionario dei Film 2017, Baldini & Castoldi, 2016, vol. 1 [A-L], s. v. Benvenuto reverendo!, pp. 542-543.
Pippo nel Texas ** (1949)

Pippo nel Texas ** (Italia 1949, col., 8 p.) Benito Jacovitti (S e D), Almanacco Estivo del Vittorioso [le vacanze, che bella invenzione!] (12/6/1949). In Texas, ospiti di uno zio, Pippo e i suoi amici Palla e Pertica salvano dal linciaggio il fuorilegge Tex Revolver. Costui è certamente simpatico, ma non intende riformare la sua vita di ruberie e li fa tutti prigionieri. Sta a Pippo, che deve guidarlo al ranch del parente per razziarne il bestiame, salvarlo da chi lo vuole morto e insieme riportarlo sulla retta via (magari, con una forzata spintarella, l’una chiamerà l’altra). Seconda avventura western dei «3P» dopo Pippo cow-boy (1946), breve ma non per ciò infelice: anzi, la sua asciuttezza colpisce nel segno come una celere pistolettata. A Jacovitti il personaggio di Tex Revolver piacerà tanto da reimpiegarlo presto, e l’idea in sé di un pistolero psicologicamente sfaccettato (in confronto agli stessi 3P è una stimolante novità) prelude a Cocco Bill. Di Cocco Bill, ma anche dei fumetti jacovittiani anni ’50 in generale, ci son pure le evoluzioni molto coreografiche dei personaggi colpiti da pallottole (ma probabilmente è la redazione del Vittorioso a consigliare all’artista di trattarli come ferimenti e non eliminazioni). Divertente il vicolo cieco in cui nel finale è indotto Tex: per salvare il collo deve ammettere di aver compiuto un’azione onesta e – verso razziatori non a lui dissimili, da lui catturati per sfoltire la concorrenza – infame: per questa via diventa sceriffo, rafforzando l’analogia con la rapida evoluzione del “serio” Tex Willer. Ancora come il personaggio di Bonelli, Tex Revolver ha una spalla indio, Gambarossa, coinvolto in una gag finale con Pertica a base di scotennamenti. Firmata «Jac 49», è più o meno necessaria premessa a W Pippo! (1949), segmentata sul settimanale ammiraglio a partir da pochi mesi dopo.
Cip e la gazza ladra ** (1947)

Cip e la gazza ladra ** (Italia 1947 [1946], b/n, 12 p.) Benito Jacovitti (S e D), Albi dei 4 Cerchi – Albi del Cerchio Giallo #4 [Cip e la gazza] (31/3/1947). Scippi silenziosi sono compiuti da un’abilissima gazza, uccello da furto che risponde a un misterioso cieco con gli occhiali scuri dotato di organetto. Forse concepita a puntate per il giornale Vittorioso e non per i suoi albi supplemento, visto che «Jac 46» contrassegna con regolarità le pagine, ma sul settimanale sarà comunque pubblicata nel 1960. Più contenuta nell’estremismo creativo e nel nonsense rispetto alle altre storie di Cip il poliziotto e del fantomatico Zagar (camuffato secondo un genere che il prototipo non disdegnava, si pensi al vagabondo Vagualame de L’agente segreto [L’agent secret, 1911]), come dovesse dilettare principalmente i lettori più giovani. Stimolante, comunque, lo straniamento nel confronto tra le due gazze: una è quella vera, l’altra è Cip travestito che – portando al parossismo l’antropomorfizzazione già in dote all’altra – vuole farsi passare per volatile (ed è costretto a esprimersi nel linguaggio degli uccelli). Gli Albi dei 4 cerchi contavano sull’instancabile Jacovitti anche per l’illustrazione dei redazionali, che includevano vignette-gag e talvolta mini-storie di pochi panel (sempre assenti dalle catalogazioni della sua opera omnia). In copertina dell’albo d’esordio (ma anche in quella per la ristampa della storia negli Albi di Pippo), la minacciosa illustrazione di Jacovitti (parimenti firmata «Jac 46») riporta un titolo accorciato: Cip e la gazza.
Il giro della risata *½ (1948/49)

Il giro della risata *½ (Italia 1948/1949, col., 21 p. [20 ½ p.]) Benito Jacovitti (S e D), Il Vittorioso #41-53 (10/10-31/12/1948), 1-9 (7/1-27/2/1949). Industriali e costruttori di Vespe indicono una corsa in 5 tappe. Vi concorrono Pippo, Pertica e Palla; il poliziotto Cip con l’assistente Gallina; il malvivente in calzamaglia Zagar; lo stregone Mandrago col servo mangione Pappotar; lo spiantato Raimondo il vagabondo; il professor Leopardo Da Cinci dotato (secondo il regolamento che lo consente ad almeno un partecipante) di Vespa speciale auto-costruita; a seguire la vecchia signora Carlomagno, che impossibilitata a partecipare in quanto donna si occupa quantomeno di spronare e sorvegliare chi pronostica possa essere il vincitore. Legata a un concorso per i lettori organizzato dal giornale Vittorioso, qualitativamente non è dalle parti de La grande corsa (The Great Race, 1965) di Blake Edwards e frustra le aspettative che con un soggetto del genere si potevano coltivare se nelle mani di Jacovitti. Le caratteristiche basiche dei personaggi sono riproposte a mo’ di rassegna in un’avventura priva di sorprese, finendo per appiattirne le potenzialità. E probabilmente è proprio l’obbligato scopo promozionale a tarpare le ali dell’artista. Mandrago delude forse più di tutti: disertando le ambiguità di cui era stato portatore (salvatore o tiranno inconsapevole?), il suo conflitto si riduce all’opportunità o meno di usare la magia a fini personali. La running gag più simpatica coinvolge Zagar impegnato a svaligiare negozi di tappa in tappa mentre Cip è costretto ad assistervi impotente (e persino ad aiutarlo) perché il regolamento garantisce l’immunità ai concorrenti della gara, ma perfino questa è una componente non sfruttata a dovere. Il prof. Leopardo (regolarmente dotato di barba mobile) è sempre chiamato senza quello che – in base a Pippo e la bomba comica (1948) – deve esserne il cognome. Solitamente le cronologie omettono la jacovittiana pagina supplementare (o meglio, solo metà pagina del giornale) che anticipa sul Vittorioso #41 l’imminenza della storia, decretando dunque l’avvio della medesima solo nel Vittorioso successivo (17 ottobre).
Pippo e il leone *½ (1947)

Pippo e il leone *½ (Italia 1947, b/n, 10 p.) Benito Jacovitti (S e D), L’Aspirante #9-29 (18/5-7/12/1947). A Roma Pippo, Pertica e Palla si impegnano a riportare surrettiziamente sulla diritta via una banda di coetanei malviventi (la “banda del leone”, usa a camuffarsi da felino della savana per spaventare le guardie), indirizzandoli al “Villaggio del Fanciullo” di Santa Marinella per compiere facilmente un colpo. Uscita sulla testata L’Aspirante, nata nel 1924 e pubblicata dalla Gioventù Italiana di Azione Cattolica: la stessa cui il Vittorioso faceva capo e la medesima in cui nel ’36 avevan fatto capolino strisce apocrife e nostrane di Topolino disegnate da Federico Galli, ma sul finire dei ’40 la pubblicazione di fumetti era sporadica. Inizialmente si preannuncia un piccolo spaccato di miseria da Ricostruzione, con gli sciuscià impegnati a vendere illegalmente roba americana (stavan quasi per ri-materializzarsi le cartoline jacovittiane sugli Alleati in Italia), però il bisogno di pubblicizzare l’iniziativa cattolica a Santa Marinella (all’epoca non comune autonomo, ma ancora per poco) annacqua qualunque colore. Anche le assurdità (i 3P picchiano una vecchia perché la “banda del leone” sia disgustata dalla violenza gratuita) sprecano tutto il loro potenziale farsesco. Rara: ristampata solo su un albo di Camillo Conti nel 1989, e nel 2018 nella collana Hachette da edicola dedicata a Jacovitti. Firmata «Jac 47».
Oreste il guastafeste! ** (1948)

Oreste il guastafeste! ** (Italia 1948 [1943?], col., 10 p. [numero pagine in attesa di conferma]) Benito Jacovitti (S e D), Il Vittorioso #1-8 (4/1-22/2/1948). Una giornata del parastatale in pensione Oreste il guastafeste è seguita passo passo: cerca la rissa o provoca involontariamente dispute al tavolino del bar, in campagna, al varietà, allo zoo… e nel tragitto da un posto all’altro, ove non lesina maltrattamenti ai pupi e indicazioni stradali sballate. Assurge a protagonista un personaggio della vasta carrellata offerta da La famiglia Spaccabue! (1945), dove figurava quale amico poco gradito del capofamiglia. Ma lo stadio grafico sembra anteriore, dello Jacovitti intorno al 1943-primo ’44 (nonostante il classico uso dei fumetti contro le autarchiche didascalie). Valutando l’autocaricatura dell’artista a fine storia (sculaccia Oreste per omaggio ai personaggi vessati), è più tondeggiante e semplificata di quella che chiude metafumettisticamente Chicchirichi (1944), così da farci ritenere che Oreste il Guastafeste! preceda anche il capolavoro gangsteristico. Oreste sarebbe stato quindi personaggio nuovo rimasto nel cassetto (rifiutato dal Vittorioso, o da altra rivista?), fino al reimpiego quando a Jacovitti si offrì nel ’45 di collaborare alla studentesca Intervallo, per quale quale creò il gruppo familiare in un interno. Quest’episodica storia debutterà quindi a inizio ’48 sul Vittorioso, con vignette raggruppate in file che ne contano fino a 7: la tavola risulta poco ariosa, ma per effetto si ha il confronto mentale con le strisce di tradizione americana. Le “unità di ripresa” sono ben lunghe, uno stesso ambiente si giova di un numero di tavole dalle due alle tre. Oreste e comprimari sono inquadrati perlopiù dallo stesso piano in tutti i panel, è come ci ritrovassimo ad assistere – senza perderne una sola mossa – ad un avanspettacolo. La ruvida simpatia del personaggio calamita l’attenzione più delle gag poco fresche, tra le quali sembrano attestare la lettura di alcune tavole settimanali di Paperino (scritte da Ted Osborne e illustrate da Al Taliaferro) quelle dedicate alle puramente intenzionali buone azioni di Oreste, specificamente le tavole uscite negli anni ’30 sul Topolino giornale poi incluse nella raccolta Paperino nei pasticci, caratterizzate da Paperino aureolato e con le mani unite a preghiera, preghiera smorzata perché rivolta dirimpetto o verso il basso (stessa posa sfoggia Oreste dopo aver chiuso un tombino acciaccando la zucca di un operaio). Si ricordano le variazioni sulle immancabili scenette dei cappelli impedenti la visione dello spettacolo a teatro, e il segmento con l’indicazione contorta – e totalmente inutile – per raggiungere Via dai Piedi. Accessoria, ma ugualmente memorabile, la declinazione dei prezzi delle poltrone a teatro sul cartellone all’esterno, che in una sarabanda di alterazioni composte sfoggia un’accessibilità che va dalle «poltrone L. 10» alle «poltroncinettuccinette L. 1».
Pippo cow-boy ** (1946)

Pippo cow-boy ** (Italia 1946, b/n, 14 p.) Benito Jacovitti (S e D), Il Vittorioso #34-47 (8/9-8/12/1946). Il marito di una sorella di zia Rosa emigrata anni prima in America porta con sé nel Far West Pippo, Pertica e Palla. Il ranch è nella sfera d’interesse di una piccola banda di ladri di cavalli, e i tre amici sono coinvolti in pieno: rispondono al fuoco dei banditi stando asserragliati nella loro casupola isolata, rischiano di essere impiccati dai cow-boy assetati del sangue dei razziatori. Inglese all’impronta e apparato western consueto, con Jacovitti che – ordinariamente per la serie dei «3P» – non calca troppo la mano con le assurdità (ma si notino i grattacieli americani dotati di una mano in cima che, letteralmente, gratta i cieli). Satira alla buona di America e americanismo sin dalla prima pagina, con poca fantasia sul piano narrativo ma un inatteso pizzicotto alle funzioni di prammatica nel racconto di “guardie & ladri”: Pippo non denuncia dove si trovano i razziatori ormai sconfitti, alla luce della pessima esperienza del linciaggio quasi subito (il nuovo mondo ha i suoi macroscopici difetti). Ristampata negli anni ’60 nello stesso Vittorioso.
Caccia grossissima ** (1946)

Caccia grossissima ** (Italia 1946 [1943?], col., 19 p.) Benito Jacovitti (S e D), Il Vittorioso #4-22 (27/1-16/6/1946). I cacciatori di alta levatura (?) Baccalà (di sua pertinenza i leoni), Tulipano (elefanti) e Caterina (farfalle, Caterina è il cognome) riescono a ottenere un finanziamento da sei banchieri per una spedizione di caccia grossa in Africa. Ma dopo una serie ininterrotta di guai (fra cui la continua perdita degli animali catturati per colpa di un misterioso liberatore) torneranno dal continente nero animalisti. Variante colorata dell’arcaico suo Caccia grossa (1941), pubblicato sugli Albi Viaggi e Avventure Taurinia, di cui Jacovitti aveva probabilmente già perso le tracce. Mancano i morsi della fame ancora presenti nello straccione Patacca di quella piccola avventura, e i professionisti eccentrici e sfruttatori a mano armata dei capitalisti anticipano il megalomane regista Ciak coi produttori sue vittime. Qui c’è una ricca sequela di pacchianate tipiche delle comiche di caccia, con elementi e personaggi che s’incastrano senza ragioni profonde, a mera sensazione dell’autore (l’aquila salvifica che si ripresenta a fine storia), per uno spettacolo perlopiù orientato ai lettori più piccoli, destinatari forse prediletti di un messaggio di empatia pan-naturale. Si gustano bene i siparietti metafumettistici circa i numerosi cartelli agitati dai personaggi, sia perché le bestie non potendo parlare comunicano con gli umani solo con le scritte, sia perché la storia è “muta” nella sua totalità, essendo stata disegnata nel 1943 circa: lo stile di disegno è di molto anteriore al ’46, la delimitazione delle vignette riduce le riquadrature “robuste” e le didascalie sostituiscono i fumetti (invisi al governo fascista, ma anche ai nostri uomini di lettere).